Ti ricordi… Ihor Bjelanov, il Pallone d’Oro più discusso della storia. Una vita passata a correre veloce
“Ogni mattina in Africa una gazzella si sveglia…” il seguito lo conoscono tutti, nella versione originale e in quella comica ad opera di Aldo, Giovanni e Giacomo. Negli anni ’90 si riteneva fosse un proverbio africano: non lo è. L’origine per la verità è quanto di più distante ci sia dall’Africa e dalla natura: pare infatti che l’idea sia venuta a un uomo d’affari americano negli anni ’80 per descrivere il mercato azionario. Correre a prescindere da tutto era una buona idea nella Savana, come a Wall Street. Ma soprattutto a Moldavanka, quartiere di Odessa in passato ad altissimo tasso di criminalità. Un passato che ingloba gli anni ’60, quando tra quella strade cresce Ihor Bjelanov, nato esattamente 66 anni fa ed arrivato fino al Pallone d’Oro (il più discusso della storia).
Papà Ivan è un operaio edile con la passione del pallone, la mamma casalinga: Ihor fa due sport, il primo è il calcio, il secondo è scappare dai contesti criminali di Moldavanka, correndo, più veloce di tutti. Ma il calcio deve abbandonarlo quando papà Ivan muore in un incidente stradale: “Ci ritrovammo senza un rublo – racconta – e dovetti diventare adulto in 24 ore: mi iscrissi a una scuola professionale e trovai lavoro come montatore, dando tutto lo stipendio a mia madre”.
Continua a giocare nei tornei tra fabbriche: in una di queste partite viene notato da un osservatore del Chornomorets, che lo strappa dalla linea di montaggio e lo porta sul campo. C’è però da assolvere il servizio militare: gli ufficiali sovietici notano che quel ragazzo corre i cento metri in poco più di 10.5 secondi e tentano di convincerlo a lasciare il calcio per l’atletica. Ma il campo è anche un modo per ricordare papà Ivan e dunque Ihor non cede: “Correre mi piace, ma se non lo faccio con un pallone tra i piedi mi annoio”, dirà.
Un’accelerazione pazzesca che nel 1985 non sfugge al vero “scienziato” del calcio sovietico: Valeriy Lobanovskyi. Il Colonnello, che gestisce la Dynamo Kyiv come un laboratorio di fisica quantistica e calcola al millimetro sovrapposizioni e frequenze cardiache, capisce subito che quel ragazzo di Odessa ha una dote non allenabile: l’esplosività pura. Per il professor Zelentsov, mente analitica dello staff, Bjelanov è un prototipo perfetto. Nei test dei 400 metri gli atleti svengono, vomitano a bordo campo; Ihor resiste, sorretto dai muscoli temprati tra i blocchi di cemento del cantiere. Lobanovskyi lo guarda dall’alto della sua severità e gli consegna la sua sentenza: “Bjelanov, tu hai un motore a reazione nelle gambe, ma nella testa devi ancora mettere il pilota automatico. Non devi pensare, devi solo correre nello spazio che io creo per te”.
Nasce così la meccanica perfetta della Dynamo e della Nazionale dell’URSS. Con Oleksandr Zavarov a inventare poesia e Oleh Blochin a fare da monumento carismatico, Bjelanov diventa la punta di diamante. Il 1986 è il suo anno di grazia: trascina la Dynamo alla conquista della Coppa delle Coppe e si presenta ai Mondiali in Messico come un fulmine a ciel sereno. Negli ottavi di finale contro il Belgio gioca la partita della vita: segna una tripletta monumentale, fatta di scatti brucianti e conclusioni violentissime. L’URSS perde 4-3 tra le polemiche arbitrali e Ihor, sconvolto, dimentica persino il pallone negli spogliatoi (glielo restituirà un magazziniere messicano sul pullman). Ma la storia è ormai scritta.
Nel dicembre di quell’anno, mentre si trova in un grigio sanatorio di Simferopol per le vacanze, la centralinista lo chiama al megafono: c’è una telefonata dalla Francia. È France Football: ha vinto il Pallone d’Oro, battendo Gary Lineker ed Emilio Butragueño. Un premio che in patria non gli porta milioni, ma “soltanto” un trofeo d’ottone e il privilegio burocratico di poter acquistare — pagandola di tasca propria con i risparmi di una vita — una Lada Volga azzurra. Un premio, quel Pallone d’Oro, destinato a diventare il più discusso e controverso della storia: com’era possibile che il premio individuale più prestigioso andasse a un calciatore che non era nemmeno il più talentuoso della sua squadra (titolo che tutti riconoscevano ad Aleksandr Zavarov) e che era stato eliminato agli ottavi di finale in Messico?
Ma il destino, che gli aveva regalato la gloria più grande, presentò il conto due anni dopo, nella finale dell’Europeo 1988 a Monaco di Baviera. L’URSS è di fronte alla super Olanda di Van Basten e Gullit. Sotto di due gol, agli arancioni tremano le gambe quando l’arbitro concede un rigore ai sovietici. Sul dischetto va proprio Ihor, il rigorista infallibile, l’uomo che non trema mai. Prende una rincorsa rapida, calcia una sciabolata centrale e potentissima: il portiere Van Breukelen non si muove, battezza il centro e respinge con i piedi. È la parola fine sui sogni di gloria dell’Unione Sovietica. Nello spogliatoio, mentre Bjelanov si dispera in un angolo Lobanovskyi gli si avvicina, gli mette una mano sulla spalla e sconfigge il silenzio con una frase che Ihor non dimenticherà mai: “Tranquillo Bjelanov. Anche i computer ogni tanto sbagliano“.
Con la caduta della Cortina di Ferro e l’avvento della Perestrojka, per Belanov si spalancano le porte dell’Europa occidentale. Nel 1989 sbarca in Bundesliga, al Borussia Mönchengladbach, diventando uno dei primi atleti sovietici a firmare per un club dell’Ovest. Ma il passaggio dal rigore scientifico del regime all’abbondanza del capitalismo si rivela un salto nel buio. L’impatto con la Germania è traumatico: il regime di Mosca gli trattiene gran parte dello stipendio, i media tedeschi lo mettono sotto torchio e le pressioni diventano insostenibili. Per soffocare le ansie, il peso delle aspettative e il grigio di una vita stravolta, Ihor cerca rifugio nell’alcol. Una dipendenza strisciante che, complice anche l’età non più giovanissima, ne appesantisce i riflessi e ne annebbia la lucida rapidità che lo aveva reso celebre.
A fare da definitivo colpo di grazia arriva uno grottesco e spietato fatto di cronaca: un presunto furto in un grande magazzino di Düsseldorf in cui rimangono coinvolti la moglie e alcuni amici giunti dall’URSS. I giornali scandalistici non gli perdonano nulla: il Pallone d’Oro finisce in prima pagina come un criminale. Il Mönchengladbach rescinde il contratto e la stella del “Razzo di Odessa” si spegne prematuramente nei campi della Seconda Divisione con l’Eintracht Braunschweig.
Decenni dopo, quando nel 2022 la guerra devasta l’Ucraina e le bombe tornano a cadere su Odessa, quel vecchio ragazzo della Moldavanka — superati i sessant’anni — sceglie di non scappare. Indossa la mimetica, imbraccia il fucile e si arruola nella Difesa Territoriale per difendere i vicoli in cui era cresciuto. Nelle trincee e nelle corsie degli ospedali militari, tra soldati feriti e giovanissimi recluti, Bjelanov porta nello zaino il Pallone d’Oro, facendolo toccare a tutti per regalare un sorriso, un motivo di orgoglio, un pizzico di speranza. Perché in fondo la sua vita è stata esattamente questo: una corsa frenetica iniziata per sfuggire alla miseria di un quartiere difficile, passata per la gloria del tetto del mondo e finita, infine, nel posto dove tutto era cominciato. Continuando a correre.
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25 settembre 2026, 06:03Leggi notizia