“Sono un cavallo pazzo. E rifiuto la neutralità: bisogna schierarsi”. Biagio Antonacci è ancora “Mustang”
Milano – Biagio spirito ribelle. “Da piccolo mi chiamavano proprio così, Mustang Rozzano, perché tutti mi consideravano un po’ matto” dice Antonacci parlando del suo nuovo album, Mustang, intitolato proprio come il poderoso quadrupede dall’animo indomito inseguito nei suoi sogni di ragazzo. “D’altronde avevo la testa sempre altrove, incapace di concentrarsi su qualcosa che non fosse la musica; col pallone ero scarso e giocavo (male) in porta, la mia unica vera dimensione era la batteria. Insomma, una testa selvaggia col corpo incastrato in quella quotidianità di cui dovevo accettare regole, orari e responsabilità”.
Più che un film per sognare, un aereo per volarsene alto o un’auto per fuggirsene lontano, una condizione dell’anima.
“Quella di chi rifiuta d’appartenere a qualcuno e possiede uno spazio interiore che è impossibile addomesticare. Potremmo chiamarlo bisogno primordiale di orizzonte, spinta istintiva ad andare avanti senza mai fermarsi. Il mio modo è stare al mondo senza permettere che mi si costruiscano attorno dei recinti. Una libertà interiore che nessuno ti può concedere, proprio perché nessuno ha il potere di togliertela”.
Si chiamava “P14-Mustang” pure uno dei velivoli usati dagli americani nella liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Tempi lontani, ma non lontanissimi.
“Io vivo questo momento come un vero e proprio lutto. E la paura più grande è che, a forza di assistere in diretta su Instagram a morti e tragedie, l’essere umano finisca con l’assuefarsi alla vergogna dell’umanità. Nessuna persona sana di mente può essere favorevole a tragedie come quelle che sconvolgono il nostro tempo. Come si fa a dire che è sbagliato schierarsi? Bisogna gridare no. E farlo tutti assieme. I colpevoli non sono i bambini né i civili, ma le teste malate di chi brama più potere o ha un ego così spropositato che sarebbe pronto ad espanderlo persino sulla Luna. Su questo la penso come l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu quando diceva: se siete neutrali in situazioni di ingiustizia, avete scelto la parte dell’oppressore”.
Concetto che dovrebbe forse ricordare pure a qualche suo collega. Nel testo di Facile dice di cercare risposte da chi non sa darle. E oggi la canzone riesce a dare risposte?
“La canzone non dà risposte neppure a chi la scrive. Diventa, piuttosto, lo specchio in cui uno cerca di vedersi riflesso. Chiamiamola un “teletrasporto poetico“, se mi è consentito il termine. Ho vissuto una vita straordinaria andata molto oltre i miei sogni e, a 62 anni, non voglio più perdere tempo dietro a chi so non essere in grado di darmi risposte. Siamo bombardati dalla malafede, da esempi da non seguire, da gente che vuole farsi notare solo perché ha una televisione in mano; una tv chiamata Instagram che specializza chiunque in tuttologia, protagonista di un’epoca in cui l’apparire viene prima del sapere”.
Nel disco c’è pure Sayf.
“Mio figlio Giovanni, che è un suo fan della prima ora, me l’ha portato in studio a Bologna tre o quattro mesi prima di Sanremo. Non era ancora arrivata la convocazione al Festival e Adam, come si chiama all’anagrafe, aveva con sé solo un provino di Tu mi piaci. Io stavo cercando di completare un brano latino, ma non trovavo il feat giusto, una voce che si avvicinasse alla mia pasta vocale. Amando molto il genere, sono rimasto subito irretito dal folk balcanico di Sayf e ho pensato che il partner potesse essere proprio lui”.
Quest’estate s’è regalato una serie di “residency” nei luoghi d’arte. Una scelta in controtendenza difronte alla corsa ai grandi numeri del mercato musicale.
“Di fronte al gigantismo di stadi e palasport, mi sono chiesto cosa potessi fare di diverso. Ed è nata l’idea del viaggio in provincia e dei concerti stanziali in luoghi intimi e carichi di bellezza come il Vittoriale di Gardone, l’Anfiteatro di Lucera, il Teatro grande di Pompei o quello greco di Tindari. La gara continua a chi incassa di più o a chi riempie gli stadi crea una trappola psicologica: se fai duecentomila spettatori e poi passi a centomila, ti senti finito. Follia. Dobbiamo imparare a dire dei no, accettare i nostri limiti e ritornare a fare musica in modo essenziale, scarno, terra terra. La corsa agli spazi enormi prima o poi finirà, anche perché non si può andare a suonare sulla Luna. E dobbiamo ricordarci che al momento dell’atterraggio la pista è uguale per tutti”. Sempre che il rientro non finisca in uno schianto.
Cosa ne dicono le altre testate
-
Il Giorno Milano “Sono un cavallo pazzo. E rifiuto la neutralità: bisogna schierarsi”. Biagio Antonacci è ancora “Mustang”
Milano – Biagio spirito ribelle. “Da piccolo mi chiamavano proprio così, Mustang Rozzano, perché tutti mi consideravano un po’ matto” dice Antonacci parlando del suo nuovo album, Mustang, intitolato proprio come il poderoso quadrupede dall’animo indomito inseguito nei suoi sogni di ragazzo. “D…
25 settembre 2026, 01:00Leggi notizia