Redditi e occupazione. Viaggio a due velocità. Spinta record dalle piante. Manifattura, ancora crisi

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Immagine: La Nazione Firenze
PISTOIA A Pistoia si guadagna meno che a Lucca e meno della media toscana, eppure con quei soldi si compra di più. È il paradosso che emerge dalla tabella sul potere d’acquisto diffusa dalla Cisl Toscana Nord, che mette a confronto le tre province di sua competenza: Pistoia, Lucca e Massa-Carrara. Una fotografia interessante, che però va letta con attenzione. Secondo i dati del sindacato, presi dai report del Centro Studi Tagliacarne, il reddito individuale pistoiese si ferma a 21.997 euro, contro i 24.762 di Lucca e i 23.216 della media regionale. Il costo della vita, però, è stimato a 0,85 rispetto alla media italiana, e questo basta a portare l’indice di potere d’acquisto a 116, il valore più alto delle tre province. Lo stesso meccanismo spinge Massa-Carrara, che ha il reddito più basso (20.920 euro), fino a 113. Lucca, che guadagna di più, scende invece a 101, perché vivere lì costa il 10 per cento in più della media nazionale. Il coefficiente del costo della vita, come indica la stessa tabella, è costruito sui valori dell’Osservatorio del mercato immobiliare, e quindi pesa soprattutto il prezzo delle case. È un fattore importante, ma non l’unico: la spesa delle famiglie è fatta anche di alimentari, trasporti, bollette e servizi. Non a caso, nella stessa tabella, la media toscana scende a 89, come se in regione si vivesse peggio che nel resto d’Italia, un risultato probabilmente legato alle quotazioni dei centri più cari. E non sempre si spende dove si vive. Chi ha un figlio all’università a Firenze paga affitti fiorentini, non pistoiesi; chi lavora fuori provincia mette in conto viaggi e pasti. Il 116 descrive insomma un rapporto teorico tra reddito e costo della vita, non il bilancio reale di ogni famiglia. E soprattutto non dice quante persone lavorano, con quali contratti e con quale continuità. Su questo fronte la Cisl Toscana Nord richiama i dati Irpet, che raccontano un’economia a due velocità. Da una parte c’è il vivaismo, vera specializzazione del territorio: impiega circa il 5 per cento dei lavoratori agricoli toscani ma copre il 10 per cento delle giornate lavorate, segno di rapporti più lunghi e continui. Oltre la metà degli addetti è assunta stabilmente e il lavoro somministrato è quasi assente. Nel secondo trimestre del 2025 l’agricoltura pistoiese, trainata proprio dalle piante, è cresciuta del 7,1 per cento, il doppio della media regionale. Dall’altra parte c’è l’industria, ferma a un +0,4 per cento, con tessile e abbigliamento in calo sotto il peso della crisi della moda. E c’è il mercato del lavoro: nel 2025 gli avviamenti sono stati 45.205, 1.258 in meno rispetto all’anno precedente, con un calo del 2,7 per cento. Non significa automaticamente che ci siano meno occupati, perché gli avviamenti contano i nuovi contratti e non chi lavora. Il dato andrà letto insieme alla durata dei rapporti e alle trasformazioni contrattuali, ma resta un segnale da non sottovalutare. Per il sindacato la sfida è trasformare questa capacità economica in lavoro stabile e qualificato. Questo significa "sostenere il vivaismo nell’innovazione, nella sostenibilità e nell’export, accompagnare la riconversione dei comparti più esposti e affrontare il mismatch, cioè la difficoltà di far incontrare le competenze delle persone con quelle cercate dalle imprese". La strada indicata dalla Cisl passa da un legame più stretto tra scuola, formazione e aziende. Perché un buon potere d’acquisto, sulla carta, serve a poco se non si traduce in opportunità per più persone. Stefano Nencioni

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