Musica, luoghi leggendari e voci nascoste delle valli. I docufilm di Silvia Berretta
Continua il viaggio della rubrica mensile BergaMovies, dedicata a scoprire i talenti, ancora più o meno nascosti, nell’ambito della regia cinematografica nella nostra provincia.
Protagonista di questo mese è Silvia Berretta, residente a Cerete, in Val Borlezza, documentarista e recentemente co-autrice, assieme al divulgatore musicale Paolo Mazzucchelli, di Quelli del Public, mediometraggio che racconta la storia del Public House, storico locale della Val Camonica sul cui piccolo palco, dagli anni ’80 ai primi 2000, si sono esibiti numerosi artisti internazionali, tra cui celebri nomi come gli allora esordienti Afterhours, Davide Van De Sfroos e Cristina Donà.
In collaborazione con la rubrica, il documentario sarà disponibile in un’esclusiva anteprima online, di cui troverete tutti i dettagli in fondo all’articolo.
(BM) Come è iniziato il tuo percorso da documentarista?
(SB) In realtà più che documentarista, preferisco la definizione di “videoreporter”, perché il linguaggio a cui mi sento più vicina è quello, appunto, del reportage, dal quale provengo. Per quanto riguarda invece il mio percorso, è avvenuto il contrario di quanto succeda normalmente: anziché trasformare il mio hobby in un lavoro, ho fatto esattamente l’opposto. Finito il mio periodo di studi, ho infatti immediatamente iniziato a lavorare come videomaker, occupandomi di pubblicità, post-produzione, e collaborando con varie TV locali; poi però, per varie ragioni personali, ho lasciato questo lavoro per dedicarmi a tutt’altro, ma continuando a coltivare la mia passione al di fuori dell’ambiente professionale, dedicandomi esclusivamente a raccontare gli argomenti che mi stanno più a cuore, con maggiore libertà creativa.
Che scuole o corsi hai frequentato? Erano inerenti al tipo di prodotti audiovisivi che realizzi?
Anni fa ho frequentato la Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” di Milano, ma si trattava del corso di sceneggiatura, ambito di cui poi non mi sono più occupata, se non all’interno di un laboratorio sul tema dei migranti, realizzato con le scuole medie di Sovere. Più che alla sceneggiatura, però, che ho appunto scoperto non essere la mia strada, ho presto capito di essere appassionata al montaggio, non a caso definito anche “seconda scrittura” di un film, e alla post-produzione in generale, tutte cose che ho però appreso sul campo, da autodidatta. Poco tempo fa, sempre alla Civica, ho invece approfondito le mie conoscenze con un corso serale di videogiornalismo.
I soggetti raccontati all’interno dei tuoi lavori sono quasi sempre strettamente legati al territorio delle province di Bergamo e Brescia. Ciò è dovuto solo, banalmente, alla tua vicinanza fisica, oppure c’è effettivamente un particolare interesse per queste zone specifiche?
Sicuramente il fatto di abitare qua è un fattore importante, e anche solo per semplici questioni di comodità e conoscenza del territorio, mi viene più spontaneo parlare di ciò che ho attorno. C’è però da parte mia anche un grande effettivo interesse per le tante belle storie legate a questi luoghi, specialmente quelli della provincia più periferica, delle montagne e delle valli, che sono ancora troppo poco raccontate. Trovo che posti di questo tipo nascondano delle realtà a sé stanti; qui ogni cosa scorre con i propri tempi, e, rispetto alla città, tutte le novità arrivano a volte in ritardo, a volte in anticipo.
Da spettatrice, invece, che tipo di film ti piace guardare? Sei più interessata ai documentari o ad altri generi?
Devo ammettere che, per un motivo o per l’altro, ho gradualmente smesso di essere una consumatrice compulsiva di film, come ero in passato; resto però molto affezionata a diversi particolari registi, tra cui i primi che mi vengono in mente sono sicuramente i fratelli Coen, autori de Il Grande Lebowski, mio film preferito in assoluto, Clint Eastwood, che non riesce mai a stancarmi, e Quentin Tarantino. Per quanto riguarda i documentari, invece, ammiro molto quelli realizzati da Giorgio Diritti.
Il tuo film più recente è Quelli del Public. Cosa puoi dirci di questo lavoro?
Quelli del Public è un docufilm, completamente autoprodotto, che ho realizzato assieme a Paolo Mazzucchelli, divulgatore musicale e organizzatore di eventi, che da più di quarant’anni si occupa di valorizzazione e promozione della scena musicale e culturale della val Camonica e Alto Sebino, oltre che ideatore di decine di manifestazioni e rassegne quali ad esempio I Vestiti della Musica, Cinque Dischi per l’Isola Deserta e Degustazioni Musicali.
Il tema trattato è la storia del Public House, locale fondato a fine del 1983 a Sacca, frazione di Esine in Val Camonica, che dal 1985 al 2006, proprio sotto la direzione artistica di Paolo Mazzucchelli, è stato luogo di numerosi concerti, svoltisi ininterrottamente ogni martedì sera.
Tra gli artisti esibitisi sul palco di questo luogo sperduto e a tratti leggendario ci sono stati musicisti di spicco della scena rock e jazz italiana quali Mauro Pagani e Christian Meyer, band e cantanti dell’allora nascente scena indie come Afterhours, Van De Sfroos, YoYo Mundi, Estra e Cristina Donà, oltre che gruppi internazionali provenienti da Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Germania, Jamaica e Romania, tra cui spiccano leggende del rock come i Groundhogs del chitarrista Tony McPhee, i gallesi Man o la band del chitarrista Peter Kirtley, senza sottovalutare tutti i gruppi musicali della zona, per i quali il Public è stato un grande punto di riferimento.
Il nostro film, attraverso interviste e immagini di repertorio, racconta questa esperienza irripetibile, volendo mettere in risalto l’importante influenza che ha avuto, dentro e fuori il territorio circostante.
Prima di Quelli del Public avevi già realizzato diversi documentari legati al tema della musica, ad esempio Volevamo la Luna, sullo storico festival Lovere Jazz, oppure Ol Sunadùr, dedicato al clarinettista e sassofonista bergamasco Gianluigi Trovesi. Sapresti spiegare come e perché questo tema sia diventato così ricorrente nella tua produzione?
Raccontare la musica, per me, significa raccontare un’epoca: le persone che la fanno, il mondo che le ruota attorno, i modi di pensare di un certo momento. La musica dice molto del tempo e del luogo in cui nasce.
La mia passione personale per questo argomento è nata quando ero ragazzina, più o meno durante gli anni delle medie, grazie alla collezioni di dischi comprati dai miei fratelli maggiori, in cui mi immergevo nell’ascolto ogni volta che ne avevo l’occasione.
Una volta che ho poi raggiunto l’età adatta ho iniziato a frequentare i concerti, per me tra le esperienze più belle e interessanti che ci siano; tra i primi a cui ho avuto modo di assistere ci sono stati proprio quelli del Public House.
Non è stato quindi un caso che questo interesse, diventato presto parte della mia quotidianità senza smettere mai di accompagnarmi, sia poi stato alla base di molti miei lavori, a partire da uno dei primissimi, realizzato quand’ero ancora a scuola, che era un reportage su Franco Cerri, grande pioniere del jazz italiano.
L’idea di Quelli del Public, invece, da dove è nata? È partita da te o dal co-autore Paolo Mazzucchelli?
Sono stata contattata da Paolo mentre lavoravo a Ol Sunadùr, che mi ha chiesto se potessi essere interessata a realizzare un documentario sulla storia del locale. Ho immediatamente accettato la proposta, prima ancora che potesse finire la frase, visto l’amore che provavo per quel luogo e tutto il contesto culturale a cui è stato legato.
Poter raccontare e lasciare una testimonianza di questo fenomeno incredibile, e per di più farlo assieme a chi ne era stato in prima persona il direttore artistico, oltre che grande narratore, era per me una grande emozione.
Lui aveva il punto di vista di chi aveva contribuito a creare quella realtà, nata dall’esigenza, sia dei musicisti, che del pubblico, di trovare uno spazio di riferimento, specialmente in una zona come quella della valle, e che per una serie di congiunzioni astrali, era riuscita a prendere forma, ottenendo per diversi anni un ottimo riscontro, e segnando a suo modo un’epoca. Io avevo invece l’esperienza di chi aveva vissuto quel luogo e quel tempo da spettatrice, almeno nel suo ultimo periodo di vita e in ciò che ne è conseguentemente nato negli anni successivi, in quanto l’esperienza del Public non si è esaurita all’interno dei confini del locale, ma è andata oltre, creando una grande e duratura rete di musicisti e appassionati.
Come si è svolta la produzione del film, e come si è diviso il lavoro tra voi due, sia dal punto di vista autoriale, che da quello pratico?
È stato un lavoro molto diverso dai miei precedenti, perché ho condiviso con Paolo tutte le fasi della lavorazione.
Abbiamo prima realizzato le varie interviste, che abbiamo poi lasciato a “maturare”, ragionando sull’uso migliore che potessimo farne, parallelamente ai nostri rispettivi progetti personali; questa fase è durata abbastanza a lungo, al punto che alcuni degli intervistati sono venuti a chiederci dove fossimo finiti. Un annetto fa, ci siamo poi incontrati di nuovo per comporre finalmente assieme il tutto.
Paolo Mazzucchelli mi ha affiancato anche durante il processo di montaggio video, novità assoluta e arricchente per me, abituata a svolgere questa specifica mansione in completa solitudine.
Il lavoro è stato possibile grazie all’enorme quantità di materiale meticolosamente archiviato e catalogato da Paolo nel corso degli anni, composto in larga parte dalle preziosissime fotografie realizzate da sua moglie Rosaria Di Martino, che ci ha inoltre sostenuto con interesse costante durante tutta la lavorazione, fornendoci importantissimi spunti e consigli; oltre a tutto quello gentilmente inviatoci da altre persone, tra le quali voglio citare Gigi Bresciani, importante divulgatore di musica nella nostra zona da diversi anni, che ci ha donato delle preziose riprese video, oltre che un video girato dal leggendario Frank Lisciandro, fotografo e videomaker italoamericano, noto in particolare per la sua collaborazione coi Doors e la sua intima amicizia col leader Jim Morrison.
Ci tengo a ringraziare tutte queste persone – con un ringraziamento particolare alla già citata Rosaria per il suo supporto – che, grazie al loro materiale, ci hanno permesso di portare a termine Quelli del Public, assieme a chi ha voluto raccontarci la propria esperienza e i propri ricordi, oltre che a chi a contribuito alla visibilità del film, BergamoNews compreso.
Che tipo di distribuzione ha avuto e sta avendo il film?
L’idea originale era di proiettarlo in un unico evento speciale, che si è tenuto il 12 dicembre 2025 a Costa Volpino. Visto però l’entusiasmo che ha suscitato nel pubblico, composto sia da giovani che non conoscevano questa realtà e si sono rivelati molto curiosi a riguardo, che da veterani del Public che si sono rincontrati dopo anni in questo contesto così emozionante, abbiamo deciso di organizzare altre proiezioni e presentarlo a dei festival.
Al momento è stato visto solo in paesi delle province di Brescia e Bergamo, ma sono in programma eventi anche al di fuori della nostra regione, specialmente nei territori di provenienza dei gruppi che hanno suonato al Public House.
Un dettaglio particolare riguardo questo documentario è stato che non si è concluso al primo montaggio mostrato al pubblico, ma ne sono state realizzate un totale di tre versioni, nelle quali è stato integrato man mano nuovo materiale fornitoci dai partecipanti alle proiezioni, oltre che un’inedita intervista a Giorgio Prette, batterista degli Afterhours. Proprio quest’ultima testimonianza ci ha fatto riflettere su come, nonostante la natura locale e apparentemente di nicchia del progetto, potesse risultare in realtà un’importante documentazione di interesse quanto meno nazionale, dal momento che, oltre alla storia del pub in sé, raccontava di un intero periodo florido della musica indipendente italiana, sia quella suonata dal vivo, che quella pubblicata dalle etichette discografiche.
Nel futuro cosa vorresti realizzare?
Non nascondo che mi piacerebbe realizzare ancora qualche cosa con Paolo Mazzucchelli, che considero, oltre che un amico, anche un grande punto di riferimento, con il quale è stato un grande piacere collaborare.
In generale mi piacerebbe raccontare ancora qualcosa di inerente al mondo della musica, magari cercando nuove forme, non sempre strettamente legate al linguaggio del reportage.
Mi sento legata a un formato e una tipologia di narrazione “vecchio stile”, che ho notato con piacere funzionare ancora, almeno con una certa parte di pubblico, ma non mi dispiacerebbe provare a esplorare anche linguaggi più moderni e vicini a quelli dei social media, dove viene preferita una narrazione più veloce, diretta e di breve durata.
Certamente di realtà interessanti da riportare sullo schermo ce ne sono ancora tante, e ne troverò di nuove al più presto possibile.
Come citato a inizio articolo, Quelli del Public sarà presentato anche in un’esclusiva anteprima online, che vi invitiamo caldamente a non perdere. La première del video sarà alle ore 20.30 di martedì 29 settembre, al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=3OIqcQEJLHs
Al termine della diretta streaming, il film resterà disponibile fino alle ore 21.30 del giorno successivo.
Chiudiamo infine con le consuete raccomandazioni, cioè di seguire la pagina Instagram di BergaMovies (https://www.instagram.com/bergamovies), dove potrete trovare tutti gli aggiornamenti riguardo la rubrica, e di scrivere senza esitazione a bergamovies@bergamonews.it se conosceste nuovi autori cinematografici del territorio bergamasco che ritenete validi e degni di nota, oppure se voleste voi in prima persona raccontare di film (senza distinzione di genere, stile o durata) da voi stessi realizzati.
The post Musica, luoghi leggendari e voci nascoste delle valli. I docufilm di Silvia Berretta appeared first on BergamoNews.
Cosa ne dicono le altre testate
-
BergamoNews Musica, luoghi leggendari e voci nascoste delle valli. I docufilm di Silvia Berretta
Continua il viaggio della rubrica mensile BergaMovies, dedicata a scoprire i talenti, ancora più o meno nascosti, nell’ambito della regia cinematografica nella nostra provincia. Protagonista di questo mese è Silvia Berretta, residente a Cerete, in Val Borlezza, documentarista e recentemente co-autri…
25 settembre 2026, 04:03Leggi notizia