La riflessione dei presidi ‘La classe mista non fa paura. Ma servono risorse adeguate’

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Immagine: La Nazione Firenze
Scuola e integrazione in Versilia: la classe mista non fa paura ma chiede risorse. In nessun istituto del territorio si supera la soglia del 30% di studenti stranieri. Ma al di là dei tetti numerici e delle percentuali, come si vive l’integrazione quotidiana tra i banchi? E quali sfide pongono l’apprendimento dell’italiano e la gestione dei simboli culturali e religiosi? Lo spiegano i dirigenti scolastici del territorio. "All’alberghiero Marconi abbiamo una media del 12% di studenti stranieri in aula – spiega il dirigente Lorenzo Isoppo –, ma si tratta per la maggior parte di alunni che conoscono già bene l’italiano. Ogni anno accogliamo anche ragazzi appena arrivati nel nostro Paese e che quindi incontrano inevitabili difficoltà linguistiche, ma rappresentano numeri contenuti e possiamo contare su docenti qualificati per la loro accoglienza e per l’inserimento". Anche al Barsanti e al Matteucci-Carducci non si registrano classi con elevata concentrazione di studenti non italofoni. La dirigente Silvia Barbara Gori allarga tuttavia la riflessione al significato profondo dell’integrazione. "In presenza di una sproporzionata prevalenza numerica di un gruppo rispetto a un altro – dice – , l’integrazione diventa oggettivamente più complessa. Se in una classe di venticinque alunni, venti fossero stranieri e cinque italiani, il rischio concreto sarebbe quello di creare delle “classi ghetto”. Al contrario, avere classi miste ed equilibrate è sempre un fattore positivo, utile e fondamentale per favorire il confronto, la conoscenza di culture diverse, la tolleranza e l’empatia reciproca. In quest’ottica può essere utile evitare sbilanciamenti eccessivi". Sull’uso del burqa e del niqab a scuola, la questione secondo la dirigente Gori si fa ancora più articolata: "Mentre il semplice velo non ha alcuna ricaduta negativa sul percorso formativo, il burqa crea una barriera nella relazione con gli altri e nel contatto socio-affettivo tra docente e alunno. Tuttavia, di fronte a radicate convinzioni culturali, non si può imporre un divieto rigido. È necessario valutare caso per caso, promuovendo tavoli di confronto tra le parti. Non si tratta di affermare la superiorità di una cultura sull’altra o di pretendere un mero adeguamento passivo. Occorre garantire la dignità della donna, la parità dei diritti e la libertà di scelta, distinguendo tra ciò che è frutto di una libera decisione e ciò che deriva da imposizioni familiari o sociali. L’obiettivo della scuola deve rimanere l’integrazione e la tutela della libertà individuale". Sulla stessa linea d’onda si pone la dirigente del Piaggia, Rossana Pacini, che sposta l’attenzione sulle dotazioni operative: "Più che introdurre limiti numerici o intervenire sugli aspetti esteriori dell’appartenenza culturale e religiosa, sarebbe necessario mettere le scuole nelle condizioni di accogliere la complessità: personale specializzato, mediatori linguistici e culturali, formazione per i docenti e spazi adeguati per una didattica laboratoriale e inclusiva. L’eterogeneità, se sostenuta, è una risorsa che rende possibile la crescita di tutti. Il tema vero non è quanti studenti diversi possano stare insieme, ma quali risorse concrete mettiamo a disposizione perché possano stare insieme bene". A confermare il quadro territoriale è infine il dirigente del Galilei Artiglio, Giovanni Fiorillo: "Frequentando metropoli come Varese e Milano, ci si rende conto che la popolazione straniera in Versilia ha numeri decisamente minori. Già dallo scorso anno, comunque, il Ministero ha potenziato le ore di L2, garantendo percorsi di supporto didattico mirato all’insegnamento della lingua italiana come seconda lingua per tutti gli alunni con background migratorio o neoarrivati".

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