Il violino del coraggio. Manoni e quel no ai nazisti: "La musica salvò mio padre"
di Carlo Casini
FIRENZE
Aveva 24 anni quando fu caricato su un carro bestiame e deportato in un lager tedesco. Dopo due anni di sofferenze e vita al limite della sopravvivenza, riuscì a tornare a casa pesando meno di 40 chili. A salvarlo fu un violino trovato tra le macerie della Germania bombardata. "La musica mi ha salvato, quando suono riesco a dimenticarmi di essere qui" scrisse alla mamma. È la storia del marchigiano Luigi Manoni, uno dei 650mila internati militari italiani (Imi) fatti prigionieri dopo l’8 settembre 1943. Una storia che rischiava di morire con lui, scomparso nel 2006: non aveva mai voluto raccontare quei due anni.
Nel 2012, dopo la morte della moglie, la figlia Gemma che oggi abita a Firenze, trovò però in un cassetto le sue lettere e un quaderno di memorie. "Era sotto le armi a Merano alla notizia dell’Armistizio – premette Gemma –. I tedeschi il 9 fanno irruzione in caserma. Prima chiedono agli ufficiali, poi ai soldati semplici come lui, se vogliono continuare a combattere nelle file del Terzo Reich e poi con la futura Rsi". ’Non vogliamo combattere’, rispondono Luigi e i suoi commilitoni. "Li disarmano e li deportano in Germania – continua la figlia –. È stato il primo no di massa al nazifascismo". Viene "caricato su vagoni, fitti come sardine e cibo guasto", con la dissenteria e l’aria fetida e irrespirabile. "Circa 60mila muoiono per il trattamento disumano. Fame, freddo, percosse, malattie, parassiti, bombardamenti alleati..". Dopo quattro giorni arriva in un campo di smistamento in Prussia Orientale.
"Una bolgia di migliaia di prigionieri, dove non si capiva che fine si sarebbe fatto". Poi viene trasferito ad Amburgo ai lavori forzati e lì trova il violino. "Babbo diceva a noi 4 figli che aveva portato la pelle a casa perché sapeva suonare il violino. Racconta in una lettera alla nonna che misero su un’orchestrina con altri internati, quali gli altri strumenti, cosa suonassero non sappiamo". Riesce a evitare i lavori più pesanti dicendo al kapò che si sarebbe rovinato le mani per suonare e lo spostano prima in una fattoria, poi in una fabbrica militare. Qui il caporeparto "era una brava persona, ogni giorno gli dava due fette di pane. Babbo diceva ‘la cosa peggiore che possa ricordare è la fame’. Però soprattutto sopravvisse perché quando suonava riusciva a dimenticare l’orrore in cui era immerso, ritrovare attraverso l’arte la sua umanità in un contesto tanto disumano".
Quel violino, tornato in Italia a piedi insieme a lui, rimase per 60 anni una reliquia. "Sapevamo solo che era stato prigioniero e che dalla guerra arrivò con un violino, degli spartiti e un leggio: se facevamo domande, si turbava". Gemma si documenta sugli Imi, chiede e ottiene una medaglia per il padre. Il violino, restaurato da un liutaio, torna a suonare in eventi e commemorazioni: nel 2023 fu imbracciato anche dall’allora sindaco Nardella davanti agli studenti. Dal diario nasce il libro ‘Il violino del No’ e uno spettacolo teatrale. L’idea nasce dall’incontro di Gemma con Tiziana Fusco, regista e attrice del Centro di Teatro Internazionale di Firenze e volontaria dell’Anpi Isolotto. "Da un gruppo di principianti con l’entusiasmo di far conoscere questa storia", spiega Fusco. La pièce è arrivata in teatri e scuole per la giornata nazionale degli Imi del 20 settembre. "Gli Imi ci ricordano che la Resistenza non fu combattuta soltanto con le armi, ci fu anche chi, come gli Imi, scelse di dire no, in condizioni estreme e con grande coraggio, al nazifascismo", commenta l’assessora alla Memoria Benedetta Albanese. Il sogno di Gemma? "Vorrei farci un film".
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25 settembre 2026, 04:43Leggi notizia