Debiti per un maceratese su due: "Conto medio da quasi 30mila euro"

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Immagine: Resto del Carlino Bologna
Un maceratese su due ha un contratto a rate attivo, con un debito medio residuo di quasi trentamila euro. Lo evidenzia una recente indagine del Sole 24 Ore sulla base dei dati Crif (Centrale rischi di intermediazione finanziaria) del primo semestre 2026, che ha preso in esame il livello di indebitamento su base territoriale, riferito sia ai prestiti destinati al consumo che ai mutui. In provincia di Macerata il 55,8% dei maggiorenni ha almeno un contratto rateale attivo, a cui corrisponde un debito medio residuo di 29.471 euro. Dall’analisi del rapporto medio tra salari e indebitamento della popolazione con crediti attivi, incrociando le retribuzioni lorde dei dipendenti (a tempo pieno, per 13 mensilità) con i dati Crif, emerge che per azzerare un debito di quasi 30mila euro, i maceratesi devono impegnare 18,5 mensilità, valore un po’ al di sotto della media nazionale, pari a 20 mensilità. Discorso diverso per l’indebitamento "al consumo": il dato medio di una famiglia della provincia di Macerata ha sfiorato i seimila euro (5.998), in crescita del 5,4% rispetto al 2024, un po’ al di sotto della media italiana, che è di 6.657 euro. È una forma di finanziamento – da cui sono esclusi i mutui per la casa – per acquistare beni e servizi per sé o per la propria famiglia (un’auto, un elettrodomestico, mobili, ecc.), per affrontare situazioni impreviste, e spesso anche per arrivare a fine mese. I prestiti a breve – i "debiti per vivere" – chiesti alle banche o alle finanziarie, l’anno scorso in provincia hanno toccato quota 792 milioni di euro, 40,9 in più rispetto ai 751,1 dell’anno prima. Questa la foto scattata dall’Ufficio Studi della Cgia, che rileva come questa tendenza al rialzo, comune a tutta l’Italia (+62% negli ultimi nove anni) segnala cambiamenti profondi nella capacità economica delle famiglie. Il fatto è che le spese che oggi si sostengono contraendo un prestito, un tempo venivano finanziate con i risparmi. "Dietro ai numeri – sottolinea la Cgia – non sempre si intravede il disagio economico che sta attraversando una parte importante del Paese. Tuttavia, negli ultimi anni l’aumento dell’inflazione ha progressivamente eroso il potere d’acquisto degli italiani: per molti gli stipendi e le pensioni sono rimaste sostanzialmente fermi, mentre i prezzi di beni e servizi sono schizzati all’insù. Il risultato è che molte famiglie, in particolar modo del cosiddetto ceto medio, per mantenere lo stesso tenore di vita di prima, si sono trovate costrette a ricorrere al credito, alimentando così quella crescita del debito privato verso banche e finanziarie che i numeri raccontano con chiarezza". C’è un altro aspetto, poi, da considerare, cioè il valore del Tasso annuo effettivo globale (Taeg): quando sale, infatti, il credito diventa più caro non solo per il tasso d’interesse in sé, ma anche per le relative spese accessorie. E questo significa rate più alte e importo totale da restituire maggiore. "Guardando al credito al consumo, l’aumento del Taeg degli ultimi anni è stato notevole. Si è passati dal 7,64 per cento del 2021 al 10,16 nel 2023. Nei due anni successivi è oscillato attorno al 10 per cento, ma a luglio di quest’anno è salito sino al 10,38 per cento. Se tra la fine del 2025 e luglio 2026 il Taeg applicato sull’acquisto della casa è rimasto immutato, quello del credito al consumo è salito di 41 punti base". Certo il prestito a breve significa che le famiglie spendono di più e spingono l’economia. Se, però, il debito aumenta più di stipendi e salari vuol dire che le famiglie fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese e si affidano ai prestiti per sostenersi. "La cosa importante da tenere d’occhio – conclude la Cgia – è il rapporto tra quanto le famiglie devono restituire e quanto guadagnano davvero".

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