Beppe Carletti, vita da Nomade
È una storia lunga e appassionante, quella dell’amicizia e dell’importante relazione professionale tra Augusto Daolio e Beppe Carletti, anima dei Nomadi, uno dei più longevi gruppi musicali di sempre, ormai parte dell’immaginario culturale e sociale italiano. Un rapporto raccontato in Soldi in tasca non ne ho ma lassù mi è rimasto Dio. Autobiografia di Carletti, che, dopo la scomparsa di Daolio, ancora porta sui palchi il grande patrimonio di ballate dei Nomadi. Il libro, con allegati due cd curati da Azzurra Music e scritto con Marco Rettani, sarà da oggi in edicola insieme al QN - il Resto del Carlino.
Carletti, questo libro ripercorre una avventura umana, oltre che artistica inizia quando eravate giovanissimi.
«Io avevo 16 anni, una passione divorante per la musica, sapevo che sarebbe diventata la mia vita e suonavo nelle balere ogni fine settimana, erano la mia seconda casa. Ed è stato in un di questi luoghi, l’Oasi di Trecenta, un paesino in provincia di Rovigo che mi presentano questo ragazzino che voleva fare il cantante. Lo metto subito alla prova. Era Augusto Daolio e non avevo mai sentito nessuno cantare così. Da allora, sino alla sua scomparsa, non ci siamo più lasciati».
E siete cresciuti insieme...
«Insieme abbiamo attraversato l’adolescenza e insieme siamo diventati uomini. La vera svolta è stata quando siamo stati ingaggiati da un night club di Riccione per fare la stagione estiva come orchestra fissa. Si figuri, noi venivamo dalla bassa, tra Modena e Reggio Emilia. Riccione era Las Vegas, era la metropoli, la promessa di un futuro che nemmeno ci sognavamo».
Come andò?
«Un grandissimo successo. Fu lì, in quei mesi sulla Riviera Romagnola che Augusto si trasformò in uno straordinario professionista, un incredibile uomo di spettacolo, oltre che un ottimo cantante. Mise in mostra le sue doti di intrattenitore, cantava tra il pubblico, sedeva sulle ginocchia delle turiste tedesche, invitava gli spettatori sul palco per cantare tutti insieme, qualche decennio prima del karaoke. Vederlo in azione in quelle occasioni era un piacere».
Non ci sarebbero stati i Nomadi se non ci fossero state le balere.
«Sicuramente! Le balere non erano solo posti dove si andava ad ascoltare le orchestre e a ballare. Erano spazi di incontro, di socialità, le persone si conoscevano, si innamoravano, erano una estensione più divertente delle piazza del paese. Per i Nomadi, e per tutta una generazione di musicisti sono state la ‘scuola’ dove abbiamo imparato tutto, siamo diventati del professionisti».
Ma prima di frequentare le balere, lei alla musica come si è avvicinato?
«In casa c’era una radio, un modello molto ambito allora, una Radio Marelli, acquistata dalla sorella di mio padre che lavorava nella fabbrica che le costruiva a Carpi. Era un oggetto mitologico. I miei genitori l’avevano piazzata in alto per non permettermi di toccarla perché io ero ipnotizzato da quell’oggetto, ero sempre di fronte all’altoparlante ad ascoltare la musica delle grandi orchestre dell’epoca. Volevo essere uno di loro, a Novi non c’erano scuole di musica e mia madre mi portò dalla banda del paese . Avevano uno stanzone dove il direttore faceva lezioni, io avrei voluto suonare il violino, o, in alternativa, il pianoforte, che non avevo mai visto in vita mia, fantasticavo su come fossero. Ovviamente lì non c’era nessuno di questi strumenti e mi dirottarono sula fisarmonica. Dicendomi che una volta imparato a usarla poi sarebbe stato facile passare alle tastiere. Da allora non ho più smesso».
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